SenseI 

MICHELE LATTUCA

Fondatore

Il Sensei Michele Lattuca nasce a San Cataldo nel 1978 e inizia la pratica del Karate nel 1992 nel suo paese natale, Serradifalco.

Nel 1994, per problemi lavorativi del suo maestro il Dojo viene chiuso ma nonostante ciò, la voglia e la passione per l’allenamento lo spingono per due anni di seguito a viaggiare presso altri Dojo.

Nel 1996, con l’aiuto del suo maestro, riapre il Dojo a Serradifalco e inizia così per lui anche il percorso da insegnante.

Nel 1997 spinto dal desiderio di conoscenza e di una maggiore apertura al mondo delle arti marziali, partecipa al primo stage interdisciplinare a Rimini. Rimane affascinato da questo mondo, dalle idee e dalle filosofie dei diversi maestri conosciuti sul tatami.

Da quel giorno inizia un estenuante studio sulla storia, diffusione e filosofia delle diverse discipline marziali. Inizialmente tutte le arti marziali a prescindere dalla finalità perseguita apparivano complete e con delle filosofie affascinanti, ma dopo tre anni di stage, lezioni e periodi di intenso studio in diverse discipline non è riuscito a trovare una sola arte marziale che racchiudesse nella sua tecnica, nel suo spirito e nella sua Via la completezza tecnica e i principi a cui egli ambiva.

Nell’estate 1999, leggendo il libro di Werner Lind Budo, trova alcune risposte alle sue tante domande rimaste fino ad allora offuscate. In quella estate inizia a maturare il suo pensiero ideale di Arte marziale, ritenuto utopico e fantastico forse a causa della giovane età.

Con gli anni e con la maturazione arriva alla conclusione, e ad un pensiero personale su ciò a cui la pratica di un’arte marziale dovrebbe mirare, ovvero una disciplina completa nei principi e nella tecnica, che possa essere aperta a tutti e nella quale ognuno possa trovare la propria dimensione e sviluppare la parte migliore di sé tramite lo studio di tutti gli aspetti dell’Arte.

Nel 2005 il Sensei Michele Lattuca decide di lasciare la strada del Karate e iniziare a dare forma al Suo Ideale di Arte, la Via della ricerca dell’equilibrio e l’omonima Scuola. La data ufficiale della Nuova Disciplina da egli creata è però l’8 Marzo 1996, giorno in cui inizia per Lui il percorso da insegnante e nasce in lui il primo germoglio di questa nobile Arte. .

I PRINCIPI

I PRINCIPI Il Kōshidō Budō, imposta il suo programma di studio basandosi sulla concezione che un’arte marziale non deve prediligere un singola parte tecnica o uno specifico settore ma deve porre il praticante nelle condizioni di avere di fronte a se lo studio delle arti marziali nella loro totalità.

Concetto fondamentale dello studio dell’Arte è la distinzione tra Principi e tecnica, considerati come binomio indissolubile.

I principi sono gli aspetti mentali e fisici che sostengono il gesto tecnico, e costituiscono il punto cardine per la futura espressione tecnica.

Questi principi sono: Radicamento ; Controllo del baricentro ; Scioltezza ; Movimenti Armonici ; Atteggiamento ; Controllo della respirazione ; Chiusura Ritmo ;

Se l’aspetto tecnico non è supportato dai principi base sopra elencati, il gesto rimarrà fine a se stesso.

La parte puramente tecnica, invece, prevede lo studio dell’arte diviso in specifici approfodimenti:

L’arte del colpire, L’arte del proiettare, L’arte delle leve/bloccaggi, L’arte del combattimento al suolo, L’arte delle armi e altri studi specifici.

L’arte del colpire, racchiude tutte le tecniche (atemi) per colpire l’avversario per mezzo degli arti, dai semplici pugni e calci, ai più svariati colpi inferti con tutte le parti del corpo.

L’arte del proiettare, consiste nello studio di diverse tecniche (nage-waza) di arti inferiori e movimenti d’anca, che portano alla perdita di equilibrio dell’avversario al fine di proiettarlo al suolo.

L’arte delle leve/bloccaggi (katame-waza) consiste nello studio delle leve articolari, strangolamenti e nelle immobilizzazioni dell’avversario. Per lo studio delle leve articolari, sia per quelle finalizzate alle immobilizzazioni, il praticante di Kōshidō Budō deve avere una conoscenza di base dell’anatomia e del sistema di leve in natura, così da applicare la teoria ad uno studio accurato del corpo umano.

L’arte del combattimeto al suolo è studiato nelle ipotesi in cui un avversario o entrambi si trovino al suolo riutilizzado le arti sopra elencate.

L’arte delle armi consiste nello studio di Bo, Jo, Katana, Boken e Nunchaku considerati come prolungamenti naturali del corpo, ma può essere comunque utilizzato qualsiasi altro oggetto che richiami una delle armi studiate in programma.

Al fine di una migliore acquisizione tecnica di ogni strategia, il bagaglio tecnico della disciplina comprende lo studio di specifici kata di atemi, di cadute, di proiezioni, di leve, di armi e di posture etc e di kumite (lo studio del combattimento reale) tra due o più praticanti.

Il combattimento reale (kumite), nel particolare, si articola in tre livelli: Ichi, Ni, San.

Ichi: Primo livello, corrisponde all’apprendimento motorio delle tecniche, ed è caratterizzato da un’attività imprecisa, lenta, instabile e rigida. L’allievo manca di sicurezza, ed è esitante ed indeciso nel suo modo di fare.

Ni: Secondo livello, corrisponde alla fase di adattamento e trasformazione della tecnica. L’allievo ha un buon bagaglio tecnico, e inizia a correggere i propri errori, adattandosi e cercando di rispondere adeguatamente alle controtecniche dell’avversario. In questa fase, l’allievo è più sicuro e rilassato.

San: Terzo livello, corrisponde allo stato “Autonomo”, dove l’allievo, esegue le tecniche in modo spontaneo e naturale, accurato, fluido, deciso ed efficace, concentrandosi non più sulla sola esecuzione ma sui principi base del combattimento e sull’imprevedibilità dell’avversario.

Ovviamente questa metodologia di studio a livelli, viene applicata in tutte le forme di Studio (combattimento). Altro aspetto importante del Kōshidō Budō, oltre quello tecnico è la preparazione fisica. Essi sono indissolubili l’uno dall’altro, in quanto la mancanza di preparazione fisica comporta uno sviluppo parziale del corpo ed una conseguente scarsa espletazione tecnica, mentre un carente lavoro tecnico comporta un limitato studio della disciplina. La preparazione fisica richiederebbe di essere trattata più approfonditamente, ma non in questa sede, per cui ci limitiamo ad esporre che fino all’età di 11/12 anni, nella Scuola, si effettua un lavoro basato prevalentemente sugli aspetti coordinativi, mentre dai 12 anni in su, l’attenzione viene posta sugli aspetti condizionali senza tralasciare assolutamente quelli coordinativi. In sintesi, la base tecnica e i principi che la sorreggono devono formare il praticante in tutte le sue dimensioni permettendogli di esprimere l’Arte secondo le proprie qualità innate e fornendogli l’essenza come principio base, la tecnica come bagaglio strumentale e la padronanza come competenza.

Naturalmente, per arrivare allo studio di quanto enunciato fino ad ora, vi è un percorso propedeutico fatto di acquisizioni di posizioni, posture ed uno studio di cadute.

 

Le origini

LE ORIGINI DEL KŌSHIDŌ E LA SUA SCUOLA Il Sensei Michele Lattuca, l’8 marzo del 1996 fonda a Serradifalco, nel cuore della Sicilia, una nuova Scuola di pensiero e di movimento basata sullo studio delle Arti Marziali come mezzo di crescita:

La Scuola di Arti Marziali S.K.B. La Scuola si basa su una nuova disciplina marziale da egli creata, alla cui base c’è l’ambizione del praticante che percorrendo la “via” mira a ricercare l’equilibrio, inteso come sintesi armonica di mente corpo e spirito.

Il nome della disciplina è infatti “La via della ricerca dell’equilibrio”. MATURAZIONE E SVILUPPI Il Sensei Michele Lattuca dopo anni dedicati allo studio e alla pratica del Judo, dell’Aikido, del Ju-Jutsu ma soprattutto del Karate Do, matura il suo pensiero “ideale” di arte marziale. Il nome della nuova disciplina, La via della ricerca dell’equilibrio, per avere una migliore collocazione nell’ambito delle Arti Budo, necessitava di una traduzione in lingua giapponese che esprimesse pienamente il concetto. Inizialmente l’idea del Sensei Lattuca è stata tradotta con il nome di Kyushindo Budo.

Col tempo e con ulteriori studi su una traduzione sempre più specifica e chiara del concetto, ci si è resi conto della inadeguatezza del nome che non traduce letteralmente il suo reale significato; e anche perchè tale termine ha assunto nel mondo molteplici e ambigui significati.

Questo ha dato uno stimolo verso una ricerca di una nuova interpretazione che esprimesse letteralmente l’idea del suo creatore e che fornisse una chiara identità alla nuova disciplina. In tal senso dopo varie consultazioni con diversi madrelingua giapponesi si è arrivati alla traduzione del concetto chiara ed esplicita, ovvero Kōshidō Budō衡誌道. composto dai kanji di 衡 kō equilibrio 誌 shi ambizione/ricerca 道 dō via la cui unione fornisce il filo conduttore della disciplina stessa ovvero “La via della ricerca dell’equilibrio”.

Il suffisso budō invece rappresenta l’anello di congiunzione col passato, il legame con la tradizione, ad indicare la continuità con i principi etici che fin dall’inizio hanno caratterizzato le discipline orientali.

Da questo legame che il suo fondatore ha con la tradizione, nasce l’esigenza di attribuire ad essa un nome giapponese che esprimesse il concetto italiano senza tralasciare il legame con le origini.

L’ESIGENZA DI UNA NUOVA DISCIPLINA

Cenni storici Per capire meglio il perché di una nuova disciplina che indicasse ai praticati una nuova Via bisogna partire da alcuni punti di domanda necessari sulla storia delle arti marziali,la loro valenza sociale, la loro evoluzione e contestualizzazione nel tempo fino ai nostri giorni, per potersi proiettare agli sviluppi futuri.

La storia delle arti marziali è molto lunga e frammentata e non si presta a facili spiegazioni. Indubbiamente ogni disciplina marziale (a prescindere dalla finalità perseguita) arrivata a noi oggi porta con sè un percorso personale ed una storia a sè stante.

Ci sono però dei punti storici che accomunano tutte o parte di esse. Il primo tassello è sicuramente la loro reciproca influenza in determinati periodi storici e contesti socio-culturali.

Parlare di una storia specifica di un’arte marziale tralasciando o non valorizzando le influenze che essa ha avuto da altre arti non sarebbe corretto. Il secondo tassello comune nel ripercorrere la storia delle Arti Marziali è la figura di Jigoro Kano fondatore del Judo.

A lui si deve la costituzione di quello che fu l’emblema del Judo nel mondo, il Kodokan alla fine del 1800, ma non solo. A lui va infatti il merito dell’idea di fondo delle arti budo ovvero il concetto secondo il quale la lotta non è contro avversari reali ma contro se stessi.

Un ulteriore punto che accomuna gran parte delle discipline marziali è il significato della parola BUDO divenuta oggi simbolo di “contenitore” che racchiude tutte le arti marziali ma non il loro contenuto. Budo oggi infatti è sinonimo di arte marziale in genere o ancor peggio di “palestra”, denigrando dunque i valori etici e morali che le caratterizzano.

Altro tassello importante che merita una accurata riflessione è il periodo storico che ruota intorno al 1900 , anno dal quale le arti marziali nel mondo hanno subito grandi trasformazioni che le hanno portate ad una divisione triadica tra Sport, discipline unicamente tecniche e arti intese come Via, ma tutte denominate erroneamente con un nome unico di Arti Marziali.

Nel concreto però queste hanno assunto una specificità, una finalità e una tipologia di allenamento completamente opposta, che impone al praticante dei limiti naturali che non gli permettono di esprimere al meglio le sue potenzialità. Queste discipline infatti sviluppano un solo ambito di studio, prediligendo una sola forma di attacco e difesa o uno specifico regolamento o una specificità tecnica escludendo così dalla pratica i soggetti meno portati per quel determinato settore.

INNOVAZIONE TECNICA

Sulla base di quanto detto si evince una delle innovazioni fondamentali del Kōshidō, ovvero una disciplina aperta a tutti dove ognuno può trovare la propria dimensione e sviluppare la parte migliore di sé tramite lo studio di tutti gli aspetti dell’Arte.

Non è dunque il praticante che si lega all’arte ma essa che si lega a lui. Secondo la concezione del Sensei Lattuca, un’Arte Marziale non deve prediligere un singola parte tecnica o uno specifico settore ma deve porre il praticante nelle condizioni di poter valorizzare se stesso esaltando le qualità insite in ognuno.

La necessità di creazione di questa nuova disciplina nasce dal fatto che il praticante che intraprende la Via deve trovarsi nelle condizioni di avere di fronte a se lo studio delle arti marziali a 360°.

La base tecnica e i principi che la sorreggono devono formarlo in tutte le sue dimensioni permettendogli di esprimere l’arte secondo le proprie qualità innate e fornendogli l’essenza come principio base, la tecnica come bagaglio strumentale e la padronanza come competenza. Il programma tecnico in tal senso non prevede una specificità di studio ma verte sulla complessività di tutti i settori.

Il praticante studierà i diversi ambiti divisi in specifici approfondimenti: L’arte del colpire, del proiettare, del corpo a corpo, delle leve, delle armi etc. Esso racchiude in se lo studio di specifici Kata di atemi, di cadute, di proiezioni, di leve, di armi e di posture, che ritroviamo nello Studio ( Kumitè -Combattimento) tra due o più praticanti. In sintesi la nuova disciplina marziale in quanto tale non funge da protocollo standardizzato di tecniche ma fornisce gli strumenti per la libera composizione dell’Arte.

IL KOSHIDO BUDO COME VIA

La Via della ricerca dell’equilibrio, ovvero il Kōshidō Budō mira allo sviluppo armonico e completo della persona in tutte le sue dimensioni, valorizzando l’identità, l’autonomia e le capacità di ogni singolo praticante che deve avere all’interno del Dojo la possibilità di accrescere le sue potenzialità psicofisiche.

Si mira quindi alla formazione globale dell’uomo il quale attraverso un incessante lavoro di ricerca della perfezione dell’esecuzione del gesto fisico possa raggiungere anche l’elevazione spirituale cercando di trovare l’equilibrio tra mente corpo e spirito.

Grazie alla valorizzazione dell’individuo si induce il praticante ad una apertura mentale che gli permette di crescere tramite l’accettazione delle diversità, trasformando le capacità diversificate di ognuno in mezzo di crescita per gli altri. Solo tramite un’accurata analisi introspettiva il praticante potrà conoscere se stesso imparando a prendere coscienza dei limiti e delle potenzialità e proverà tramite l’allenamento a superarli perseverando nel miglioramento quotidiano.

La pratica del Kōshidō Budō funge da specchio, aiuta a conoscere se stessi, doti e umane imperfezioni ed è sviluppando questa sensibilità che permette di vedere se stessi da angolazioni severe per correggersi che il Kōshidō Budō acquista un senso educativo.

Analizzando e riflettendo su quello che accade dentro se stessi durante l’allenamento ed il combattimento, il praticante può confrontarsi con l’energia che passa nel suo corpo. A poco a poco capirà concretamente che la pratica tecnica è inseparabile dallo stato mentale e che per eccellere in tecnica occorre rinforzare lo spirito, il corpo e la mente Il praticante che prova a conoscere se stesso, proverà nel contempo a conoscere gli altri e ad imparare da essi.

Ogni singolo praticante diventa così un tassello fondamentale per il gruppo, diviene forza motrice per il percorso di crescita personale, dei compagni e della Scuola. I punti di forza dei compagni di pratica diventano la spinta per il superamento dei limiti personali.

Durante la fase di studio si noteranno le qualità di ognuno che saranno da spunto per la crescita dei compagni i quali più che a sopraffarsi reciprocamente tendono a stabilire un rapporto di equilibrio armonico tra l’individuo e il mondo nel suo insieme, attraverso la dinamica di energia che si sviluppa nell’atto del confronto fisico, e al complessivo miglioramento di se stessi e della propria consapevolezza. In questa ottica dunque la tecnica che viene fuori è qualcosa di più dell’espressione dell’uomo che l’ha prodotta, è il mezzo per la sua formazione.

La nuova disciplina mira ad educare alla competenza e non al solo sapere, inducono il praticante all’elaborazione e non alla semplice assimilazione di tecniche. Egli dopo circa 10 anni (cintura nera) avrà acquisito le basi tecniche per poter esprimere al meglio l’Arte e gli saranno da supporto fondamentale per intraprendere il percorso della Via, la Via dell’equilibrio intesa come sentiero di vita per una crescita mentale, fisica e spirituale.

IL KOSHIDO COME MEZZO PER LA SOCIETÀ ODIERNA

Mezzo: La nostra società, è definita oggi come società di massa cioè tendente all’omologazione dei gusti e delle idee. Si assiste infatti ad una progressiva “spersonalizzazione” ed un conseguente appiattimento culturale dettato dalle istituzioni sociali che limitano e controllano le reali doti umane.

Il kōshidō Budō inserito nella società odierna, grazie al suo substrato filosofico, costituisce un chiaro esempio di come un’Arte marziale possa fungere da mezzo di crescita e come questa sia perfettamente contestualizzata ai giorni nostri.

Lo studio di questa nobile arte infatti mette in risalto la personalità, le capacità e valorizza ogni praticante sia come singolo individuo, sia come membro del gruppo. Grazie alla maggiore consapevolezza di se stesso, il praticate di KB acquisisce nel tempo una apertura mentale che lo porta all’accettazione delle diversità.

L’accettazione non viene dunque vista come una imposizione, una convivenza forzata ma come un aiuto ad una apertura mentale che permette all’individuo autoanalizzarsi, correggersi e valutare la società da più punti di vista per meglio trovare il proprio “spazio vitale” e allo stesso tempo, imparerà a conoscere gli altri, valorizzare le differenze di ognuno e imparare da esse.

Questa continua analisi si trasformerà nel tempo in una grande ambizione di ricerca del sé, e del senso della propria esistenza. Si cercheranno le piccole sfumature di se stessi, si imparerà a conoscersi, a capirsi e vivere ogni giorno come una nuova sfida per una maggiore consapevolezza di se e della propria vita.